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Emozioni uniche

Professione reporter



Oggi il lettore di fumetti non è più necessariamente un adolescente, e non è necessariamente un maschio. Il target, come si dice in linguaggio commerciale, è cambiato.

EMOZIONI UNICHE

di Giorgio Lavagna

Un linguaggio per tutti?
Poche attività umane contengono tante ambiguità quante se ne possono trovare nel fumetto. Nato all’alba della civiltà industriale, non avrebbe potuto esistere in un mondo senza macchine, eppure, nella sua intima essenza, è un lavoro totalmente misura d’uomo, profondamente artigianale nel lungo, faticoso travaglio che richiede agli autori. Nello sfogliare un libro a fumetti si misura il tempo dell’uomo che ha disegnato ogni singolo tratto, senza possibilità di scorciatoie; soltanto l’uomo, la matita e il foglio bianco. Eppure il fumetto risponde alle stesse regole dei media ad alta tecnologia; anzi, si trova in diretta competizione con cinema, televisione, computer e Internet. In un secolo il fumetto ha perso parecchio terreno a favore dei suoi avversari, ma il fatto che abbia costi produttivi infinitamente più bassi, di riuscire a dare molto in cambio di poco, gli ha costruito attorno una fortezza inespugnabile. Ciclicamente risorge dalle ceneri, sempre capace di accettare nuove sfide, sempre pronto ad aggiornare il proprio linguaggio. Ma non è soltanto il media a essere complicato. Anche il suo referente, il lettore di fumetti, è difficilmente inquadrabile, specialmente negli ultimi vent’anni. "È sexy un adulto che legge ancora fumetti?" Questa domanda deve aver tormentato eserciti di teenager pronti a compiere il gran passo verso l’età adulta. Un tempo arrivava sempre il giorno in cui Superman non bastava più per farti sentire eccitato, e il mondo ti chiedeva a gran voce di mettere da parte la collezione di comics e di cominciare a collezionare… fidanzate! Il problema è che oggi il lettore di fumetti non è più necessariamente un adolescente, e non è necessariamente un maschio. Il target, come si dice in linguaggio commerciale, è cambiato, si è fatto evanescente, indefinibile. Chi legge i fumetti oggi? Tutti e nessuno. Qual è il profilo del lettore medio? Un secchione che per abitudine studia anche i fumetti ed è quindi preparatissimo? Oppure è un tipo distratto che legge poco e male, affidandosi supinamente alle suggestioni delle campagne mediatiche? I dati di vendita sono contraddittori, non ci si può fare affidamento, eppure il fumetto ha bisogno più che mai di lettori. Come trovarli? Come rendere il fumetto amichevole… User friendly, come direbbe Steve Jobs?

A caccia di lettori
Spider-Man, il più popolare fra i supereroi, è un fumetto seriale. È come un telefilm, in cui la storia si sviluppa per episodi. Solo che il serial di Spidey è cominciato nel 1963 e probabilmente non finirà mai. Non c’è dubbio che i fan del Ragno possano apparire come i seguaci di una strana setta. Lo sono! Parlano di personaggi e situazioni che ai comuni mortali sono sconosciuti e si emozionano per cose che ai più appaiono prive di senso. Non sono però una setta chiusa; sono anzi sempre alla ricerca di nuovi adepti. Eccone uno – per esempio – che si avvicina a un compagno di scuola, e gli allunga una copia dell’ultimo numero de L’Uomo Ragno. Il non-lettore sfoglia l’albo e si trova di fronte a qualcosa che gli appare come un guazzabuglio si segni e colori senza senso. Intanto, per prima cosa, non tutti possono leggere fumetti. Esiste sicuramente una predisposizione naturale a collegare un testo a una sequenza di immagini e l’esperienza ci dice che non tutti sono predisposti. Inoltre, anche se il nostro non-lettore fosse dotato di questo dono, che effetto potrebbe fargli l’incontro con la 354a avventura dell’Uomo Ragno? Per lui sarebbe come entrare in una sala cinematografica in cui il film è cominciato da… quarant’anni, sedersi in mezzo a un pubblico attentissimo e, se chiedesse qualche indicazione a uno spettatore vicino, questi gli risponderebbe sommergendolo di spiegazioni incomprensibili a base di cloni, falsi genitori sostituiti da robot e mordaci ragni radioattivi. Il problema è reale: come dare ai nuovi lettori un punto di ingresso agevole, come non spaventare dei poveri diavoli che non cercano altro che una mezz’ora di relax? Certo, l’obiettivo è agganciarli per tutta la vita, trasformarli in "zombi" capaci di assorbire complesse saghe interminabili intrecciate fra loro a mille livelli, ma come rendere tutto questo appetibile?

Continuity
Avete mai sentito/letto questa parola? La continuity è l’essenza del fumetto seriale. È la coerenza interna che ci da l’illusione che Peter Parker e il suo mondo siano veri. Vere persone in vere case e in vere città. È l’illusione che quel mondo esista anche quando non stiamo leggendo. A noi che sappiamo sembra perfettamente naturale che in questo momento il Daily Bugle frema in una frenetica vita di redazione, mentre fuori, in un vicolo, un malintenzionato si avvicina a un’indifesa vecchietta che ha appena ritirato la pensione. Basterebbe aprire un albo della nostra collezione per constatare che è proprio così. Perché la continuity in effetti assomiglia alla nostra vita, con la sua routine, il suo ripetersi di luoghi e situazioni. Quando conosciamo una persona, e questa ci piace, cominciamo ad assimilare informazioni sulla sua continuity. Se la cosa funziona, entriamo in uno stato di crossover, in cui la sua e la nostra continuity si fondono. Mentre questo succede, noi siamo piacevolmente coinvolti, perché entrare nelle continuity degli altri è una delle cose più belle della vita. Molti crossover nella vita reale si risolvono in felici matrimoni! In scala ridotta, dovrebbe essere così anche nell’accostarci a un fumetto: curiosità, piacere, relax ed eccitazione dovrebbero essere le sensazioni che ci accompagnano, anche se si tratta soltanto di un gioco della fantasia, è pur sempre magia, forse l’unica magia che ci è concessa in questo mondo. Per rendere piacevole l’approccio al mondo dei comics, gli autori di fumetti hanno escogitato molti trucchi, fornendo ai fantomatici, ambitissimi "nuovi lettori" una buona scelta di scorciatoie. Le più ovvie –e più interessanti – di queste sono gli one-shot, le "storie autoconclusive".

Auto… che?
Come dice la parola, tutto nella trama è concluso, senza ricorrere a riferimenti esterni alla storia. Un lettore di lunga data, esperto di continuity, non ama troppo le "storie autoconclusive", preferisce la tensione della serialità, quel brivido che dà la speranza di veder svelata, nell’ultimo episodio, almeno parte della trama; la speranza che anche uno solo dei tanti misteri sia rivelato prima del fatidico "continua nel prossimo numero" stampato in fondo all’ultima pagina… proprio quando un mistero ancor più grande comincia appena a intravedersi. La maggioranza dei lettori, però, ha un debole per questi gioiellini solitari che in modo semplice e accessibile impartiscono insegnamenti morali, oppure presentano il personaggio in situazioni che ne evidenziano i tratti caratteriali. Una storia autoconclusiva non dice tutto sul conto di un personaggio, ma offre un campione significativo delle sue potenzialità. Negli anni Cinquanta, prima della Marvel Age, tutte le storie erano autoconclusive. Quelle che si sviluppavano in più puntate erano rare e pubblicizzate come eventi speciali. Oggi, al contrario, è raro trovare storie autoconclusive nelle serie principali. Ci sono però pubblicazioni che presentano esclusivamente avventure di questo tipo, a volte brevi storielle di poche pagine. Questo tipo di storie in generale tende a scomparire a favore di strutture narrative più moderne, come le "miniserie". I volumi da libreria, per esempio, le raccolgono in un unico pacchetto proponendo, appunto, storie autoconclusive. È il segno di un’evoluzione ulteriore del linguaggio dei comics, che tende a offrire al lettore una lettura  sempre più coinvolgente e raffinata.





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