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L’entusiasmante storia della Marvel Comics: 1976-1980
Marvel reloaded
di Giuseppe Guidi

Bilanci e ristrutturazione
All’alba del 1976, sotto la gestione di Stan Lee e Marv Wolfman, la Marvel è reduce da standard produttivi assai elevati. Il rovescio della medaglia è un certo caos organizzativo e un calo delle vendite (il bilancio del 1975 lamenta un buco di circa due milioni di dollari). Il primo problema viene risolto con l’arrivo di James Galton alla presidenza della compagnia e la ristrutturazione del ruolo dell’editor-in-chief; il secondo con la chiusura delle testate in passivo e una rinnovata attenzione verso tutti quei fumetti che possono generare attenzione anche nei lettori non appassionati. Uno dei ruoli più controversi è quello dell’editor-in-chief, un supervisore capo a cui spetta il compito di visionare circa cinquanta testate e organizzare il lavoro di un numero almeno triplo di autori e creativi. Un’impresa titanica. Le dimensioni raggiunte dall’azienda non permettono più una figura alla Stan Lee, il quale, sebbene scrivesse tutte le collane, aveva a che fare con un numero limitato di serie e una schiera di artisti in grado di consegnargli gli albi già fatti. Per questo motivo abbandonano il ruolo, in rapida successione, Roy Thomas, alla fine del 1974, Len Wein, a metà del 1975, Marv Wolfman, nell’autunno del 1976, Gerry Conway, sempre nel 1976 (dopo qualche giorno di prova) e Archie Goodwin, nella primavera del 1978. Il prossimo della fila (“the next in line”, espressione coniata da Goodwin per sintetizzare la paradossale situazione) è Jim Shooter, che a soli ventisette anni prende in mano le redini di tutte le testate Marvel e rilancia il ruolo dell’editor-in-chief attraverso una serie di mosse strategiche. Crea la figura dell’editor, a sua volta dotato di un assistente (assistant editor), per ogni singola testata e motiva sempre di più scrittori e disegnatori con aumenti delle tariffe per pagina (arrivando a quadruplicarle) e percentuali sulle vendite. Tuttavia, il nuovo assetto non è accettato da tutti, specie da quei creatori che erano abituati a lavorare in piena autonomia. È il caso di Roy Thomas che, in fase di rinnovo contrattuale, non si mostra disponibile ad accettare delle ingerenze redazionali sui suoi lavori. È il 1980. Thomas lascia la Marvel per la DC Comics. Tornerà sei anni dopo, quando Shooter lascerà la Casa delle Idee.

Femminismo e minoranze etniche
Con uno sguardo sempre rivolto alle tematiche sociali, la Marvel lancia sul mercato fumetti rivolti a minoranze etniche di rilievo nel tessuto civile americano. Si parte con Luke Cage (06/72), le cui avventure vedono protagonista un eroe di colore del ghetto e descrivono realtà degradate dominate da magnaccia, spacciatori di droga, povertà e violenze dei bianchi. La saga di Pantera Nera (re dell’ipertecnologico stato africano del Wakanda) sulla testata Jungle Action (09/73) si sofferma invece sulla piaga del razzismo. La mania delle arti marziali genera Master of Kung-Fu (04/74), dedicata a un eroe cinese a New York, Shang-Chi. Anche gli indiani d’America ottengono un loro spazio con Red Wolf (05/72). Il movimento femminista ispira alcune serie a fumetti incentrate su character al femminile. È il caso di Shanna The She-Devil (12/72), di The Cat (11/72), con la futura Tigra dei Vendicatori, di Ms. Marvel (01/77), di Night Nurse (11/72). Altre due donne, Spider-Woman (02/77) e She-Hulk (02/80), vengono gettate nella mischia per creare le controparti femminili di due eroi Marvel che spopolano in TV. Infatti nel 1977 la rete americana CBS lancia sul piccolo schermo due serie televisive dedicate ai supereroi di Madison Avenue: Spider-Man, con Nicholas Hammond nella parte del Tessiragnatele, e The Incredible Hulk, interpretato dall’ex Mister Universo Lou Ferrigno. Dal 1978 Stan Lee inizia a fare il pendolare tra New York e la California per promuovere al meglio i personaggi Marvel a reti TV e produttori cinematografici. Dal 1980 vi si trasferirà insieme alla famiglia, non prima però di aver varato l’ambiziosa rivista antologica Epic Illustrated. Lee resta comunque nel fumetto scrivendo le strisce di Spider-Man per i quotidiani (attività che svolge tuttora), create nel gennaio 1977 insieme al disegnatore John Romita. Sempre nel 1977 la Marvel acquisisce la licenza per pubblicare i fumetti di Star Wars (07/77), grazie soprattutto a Roy Thomas, che trova l’accordo con George Lucas. L’iniziale mini di sei è un trionfo, con oltre un milione di copie vendute a numero. Sulla scia di Star Wars, trovano spazio altri due titoli di fantascienza basati su serie TV, Battlestar Galactica (03/79) e Star Trek (04/80).

Il ritorno del “Re”
Nel 1976, dopo cinque anni passati alla DC Comics, Jack “The King” Kirby torna alla Marvel, la casa editrice che ha contribuito a creare, per restarvi un paio d’anni. Oltre a scrivere e disegnare Captain America e Black Panther, Kirby crea quattro nuove testate: The Eternals (07/76), 2001: A Space Odissey (12/76), Machine Man (04/78) e Devil Dinosaur (04/78). Nessuna di queste proposte riesce a imporsi sul mercato, pur contenendo spunti interessanti. Ne Gli Eterni, che riesce ad arrivare a venti albi complessivi (compreso l’Annual del 1977), viene ridisegnata la storia dell’uomo, con ripetuti richiami biblico-mitologici, in una sorta di grande progetto che Kirbyaveva già portato avanti nelle collane del suo Quarto Mondo.

L’esplosione mutante

È la primavera del 1970 quando Jack Kirby, lo straordinario disegnatore che ha dato Dopo la pubblicazione del Giant-Size X-Men (05/75) di Len Wein & Dave Cockrum, il gruppo capitanato dal Professor Xavier raggiunge in pochi anni i vertici delle classifiche di vendita. Il fenomeno mutante è merito soprattutto dello scrittore Chris Claremont, in grado di caratterizzare gli Uomini-X come nessun altro prima di lui. Claremont plasma i personaggi affidando a ognuno di essi un possibile lato della psicologia umana, rendendo estremamente semplice il processo di identificazione da parte del pubblico. Il gruppo degli X-Men annovera nei suoi ranghi Ciclope (Scott Summers), inizialmente unico superstite della vecchia squadra, raggiunto poi da Marvel Girl (Jean Grey), ora trasformatasi nella potentissima Fenice. Il potere eccessivo da lei acquisito finisce per corromperle l’anima, mutandola in un essere malvagio (Fenice Nera) e incontrollabile che solo la morte può redimere. La parabola della Grey, che sceglie di morire per smettere di uccidere, segna il punto di maggior successo della serie (X-Men 129/137, 01/80 – 09/80). A completare la formazione, troviamo l’africana Tempesta (Ororo Monroe), il russo Colosso (Peter Rasputin), il tedesco Nightcrawler (Kurt Wagner), l’indiano Thunderbird (John Proudstar, morto dopo appena tre episodi), l’irlandese Banshee (Sean Cassidy), il canadese Wolverine (Logan) e la piccola Kitty Pryde, nota come Shadowcat. Il successo della testata è dovuto anche allo splendido lavoro del disegnatore John Byrne (inchiostrato da Terry Austin), subentrato a Cockrum dal n. 108 (12/77). I suoi disegni sono tecnicamente perfetti e dettagli, anatomie, prospettive curati fino all’eccesso, tali da reggere il confronto con l’opera del grande Neal Adams, l’ex artista della serie.



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